PROFILO BIOGRAFICO

(Testo tratto con adattamenti da: Groto Luigi, Le rime di Luigi Groto, cieco d’Adria, edizione critica a cura di Barbara Spaggiari, Adria, Apogeo, 2014, pp. XIX XXV)

 

Luigi nasce il 7 settembre 1541, ad Adria, dal notaio Federico Groto; il padre morirà quattro anni più tardi, lasciandolo solo con la madre Maria. La famiglia dei Groto di Adria – i cui rapporti di priorità o di filiazione con i Grot(t)o di Ferrara e i Grot(t)o di Rovigo sono stati oggetto di aspre discussioni – non ha alcuna nobiltà di sangue, contrariamente a quanto si legge in varie biografie. Lo afferma il Cieco più volte nei suoi scritti, ma resta inascoltato. Lo confermano le indagini di Luigi-Ignazio Grotto Dell’Ero, fatte a richiesta di Camillo Corner, che approdano ad una breve «genealogia di quella famiglia», con una avvertenza al committente: «Vedrai che nulla <ha> essa in sè di particolare, dacchè ne abbiamo certe notizie».

Di fatto, un’ampia documentazione permette di affermare che i Grotto adriesi «ebbero nella antichissima città d’Adria permanente dimora », dalla fine del sec. XIV fino a tutto il Cinquecento, ed oltre. Qualunque fosse l’origine, la famiglia si distinse fin dagli inizi per la participazione alle attività pubbliche ed amministrative della città di Adria; i vari membri, nel corso dei secoli, esercitarono soprattutto professioni legate al diritto, in qualità di avvocati, giudici o notai. Questo permise ai Grotto adriesi di accumulare una discreta fortuna e di investire nell’acquisto di terre e poderi in area polesana. Ma certe Ducali del Marchese Lionello d’Este dirette, negli anni ’40 del XV secolo, a Ser Bartolommeo Grotto «suo dilettissimo cittadino d’Adria», ribadiscono che i Grotto adriesi non erano affatto nobili, ma solo notabili, sebben dotati di un sostanzioso patrimonio che si tramandava di generazione in generazione.

Occorre dunque prestare fede al Cieco quando, nell’Orazione al re di Francia Enrico III (1574), afferma che dalla sua famiglia uscirono segretari dei duchi di Milano, cancellieri della repubblica di Venezia, persone che si sono distinte nelle armi e nelle lettere, ma dichiara la propria «ignobilità» (e si veda anche Rime, I. 96 e III. 56). Che, nei secoli successivi, alla famiglia sia riconosciuto un posto e uno stemma nell’Elenco della nobiltà adriese, approvato dal Senato Veneto nel 1781, nulla toglie o aggiunge allo ‘status’ del Cieco che dalla famiglia paterna eredita appena qualche terra, prontamente inghiottita da una piena del Po nel 1544, lo stesso anno in cui gli muore il padre.

Le condizioni economiche precarie perseguiteranno il Groto tutta la vita, costringendolo a gestire in parallelo la figura del letterato che frequenta le corti e le accademie − ottenendo onore e fama, certo, ma nessuna prebenda ; e la professione meramente ‘alimentare’ di insegnante, che alternava con apparizioni in veste di giurista − come avvocato o procuratore, secondo la tradizione familiare.

Il secondo elemento, che preme ricordare, sono le circostanze e le conseguenze della cecità che colpì Luigi Groto una settimana appena dopo la nascita. La sua affermazione al riguardo, ribadita in più luoghi dei suoi scritti, non ha ragione di essere contestata: il Groto non nacque cieco, ma lo diventò pochi giorni dopo; e il suo ‘diventare cieco’ fu visibile e manifesto per i familiari di lui, che ne serbarono memoria.

Se la cecità fosse sopraggiunta quando aveva già otto anni, Groto non solo avrebbe appreso a leggere e a scrivere, ma avrebbe anche conosciuto luci, forme e colori prima che la malattia gli togliesse per sempre la vista. Non fu questo il caso: cominciò dunque ad essere istruito da precettori privati che, a suo dire, erano incapaci di trovare per lui un buon metodo di insegnamento. E i suoi studi furono sempre irregolari : nonostante quanto si può leggere in certe biografie, non ha mai frequentato lo Studio di Ferrara o quello di Padova, né ha mai conseguito il titolo di dottore.

L’apprendimento, per il Cieco d’Adria, poteva svolgersi solo attraverso l’udito, che si trattasse delle lezioni di uno dei suoi precettori, oppure della lettura di un libro fatta a sua intenzione da qualche benevolo amico o discepolo. L’erudizione che riuscì ad accumulare è il risultato dell’accurata registrazione, da parte della sua prodigiosa memoria, di quanto egli venne ascoltando nel corso degli anni da maestri ed alunni.

Come ulteriore conseguenza della cecità, non potendo scrivere (se non, forse, eseguire la propria firma), il Groto dovette dettare tutte le sue opere e le sue scritture private a qualcuno che le trasponesse per scritto, fosse un familiare, un insegnante o un allievo.

Quando verrà processato per eresia, proprio quest’abitudine di farsi leggere libri (nella fattispecie, libri messi all’indice) e di farli postillare con le osservazioni dettate a giovani discepoli, fu uno dei capi d’accusa più gravi ritenuti contro di lui dal tribunale dell’Inquisizione.

La sostanziale mancanza di mezzi e la pesante disabilità fisica non impedirono al Groto di iniziare giovanissimo la sua attività creativa, prima con esercizi di composizione e traduzione, poi con la prima orazione pronunciata in pubblico, all’età di 15 anni, in presenza della regina Bona, sposa di Sigismondo re di Polonia (1° maggio 1556). È di fatto nella sua qualità di oratore che il giovane Cieco acquista notorietà: le sue orazioni, spesso pubblicate singolarmente, furono poi raccolte in volume (1586) e vennero utilizzate come manuale di studio ancora nel Seicento, per non parlare della traduzione francese di Barthélémy de Viette (1611).

L’attività oratoria si svolge in contemporanea alle prime prove del Groto rimatore e drammaturgo: oltre a «stanze, sonetti, capitoli», compone un primo testo teatrale, l’Isaac, forse già nel 1555-56 (la prima rappresentazione è comunque del febbraio 1558, in Adria, protagonista lo stesso Groto) e un poemetto in ottave, tuttora inedito, dedicato nel 1557 a Lucrezia Guarnieri: l’Innamoramento d’Amore (rielaborazione della Favola di Amore e Psiche).

Appena diciassettenne, il Cieco d’Adria ha così già tracciato le tre direttive principali della sua futura attività letteraria, cioè l’oratoria, il teatro, le rime volgari. Principali ma non uniche, perché occorre ricordare l’importante contributo del Groto come editor del Boccaccio (il Decamerone riformato, uscito postumo nel 1588), dell’Ariosto (la revisione del Furioso e i Cinque Canti, nell’edizione curata dal Ruscelli, 1565), del Trofeo per la vittoria di Lepanto (1572), del Mausoleo per Giovan Tomaso Costanzo dedicato ad Alessandro Farnese (1584) e di vari trattati del suo sodale e amico Giovanni Maria Bonardo, che svariano dall’agricoltura alla cosmologia e che molto devono alla rielaborazione e correzione del Cieco. Finalmente, l’ultimo ma non minore tassello nel mosaico delle opere grotiane è rappresentato dalle Lettere Famigliari, ordinate dall’autore ma uscite postume nel 1601, a cura di Giovanni Sega: anche queste destinate a diventare un manuale dell’ epistolografia secentesca.

È proprio attraverso le lettere che il Cieco rivela dettagli preziosi della sua biografia e, al tempo stesso, frammenti di quella poetica alla quale non dedicò mai uno scritto specifico. D’altronde, Groto non era un teorico bensì uno sperimentalista accanito, che si cimentava in vari generi (oratoria, drammaturgia, lirica) cercando di volta in volta una chiave stilistica originale. Era anche un uomo che, nonostante la menomazione fisica, amava esibirsi in pubblico, tanto nelle vesti di oratore che nel ruolo di attore: così a soli 17 anni partecipò alla prima rappresentazione dell’Isaac (Adria, febbraio 1558); e pochi mesi prima di morire interpretò la parte dell’ indovino cieco Tiresia, nell’Edipo sofocleo tradotto da Orsatto Giustinian, con cui si inaugurò il Teatro Olimpico (Vicenza, febbraio 1584).

Fra queste due date, la vita del Cieco continuò a scorrere tra impegni pubblici e miserie private, in uno spazio fisico e geografico ristretto, di cui Adria fu il centro indiscutibile, ed amato. Nella sua casa, priva di ogni conforto, svolgeva quell’attività di insegnante che gli permetteva di vivere; nella casa di amici influenti, e soprattutto ricchi, trovava rifugio e sollievo sul piano materiale, oltre che spirituale. I lunghi soggiorni alla Fratta di Polesine, nella villa del Bonardo, alleviarono non poco le pene inflittegli dalla salute, sempre cagionevole, e dalla scarsezza di mezzi. Né bisogna dimenticare l’importante ruolo svolto in quel periodo dalle molte Accademie, che avevano per sede i più prestigiosi palazzi cittadini o le ville sontuose della campagna veneta. Non solo ai centri culturali di maggior respiro spetta il diritto di riunire in un’istituzione formale la propria élite di intellettuali (gli Addormentati di Rovigo, gli Olimpici di Vicenza, ecc.); anche Fratta può vantare la sua Accademia dei Pastori Frattegiani; anche Adria, dove proprio il Groto fonda nel 1564 l’Accademia degli Illustrati di cui è il referente indiscusso.

In un’area geografica così ristretta è ovviamente inevitabile che alcuni membri, come il Groto, appartengano contemporaneamente a più accademie, fatto che di per sé facilita i contatti e gli scambi reciproci durante le riunioni e gli incontri periodici nelle rispettive sedi, tra «copiosi libri» e «honorati pensieri».

Se è vero che il Cieco si allontanò raramente da Adria, in poche, numerate occasioni, non per questo visse isolato in mezzo alle sue paludi. La fitta rete di rapporti e contatti con gli intellettuali a lui più vicini, l’accesso illimitato alle pubblicazioni anche meno ortodosse, la funzione non ufficiale di ambasciatore di Adria presso la Serenissima, l’amicizia e il sodalizio con alcuni dei maggiori esponenti della cultura veneta (Antonio Riccoboni, Francesco Trento, Angelo Ingegneri, Giulio Benalio, Giovan Battista Maganza, Antonio Beffa Negrini, Giovan Battista Pigna, Giovanni Maria Bonardo, ecc.) e veneziana (Ludovico Dolce, Girolamo Ruscelli, Domenico Venier) permisero al Groto quella apertura che lo mise in sintonia con la cultura europea dell’epoca. Di Adria fece non solo la sede di un’Accademia, ma anche il palcoscenico dove vennero rappresentate le prime delle sue opere teatrali. E si impegnò in prima persona per sostenere il progetto del Taglio di Porto Viro, con un’orazione del 1569, in cui ammanta di retorica i dettagli di un’opera di ingegneria idraulica (elaborata da Marino Silvestri).

Groto si era ormai costruito la sua immagine di uomo pubblico, ora investito di incarichi diplomatici come «ambasciatore d’Adria», ora coinvolto in più concrete vertenze civiche e beghe locali, nella sua qualità di avvocato o procuratore. A questo si aggiungeva la fama crescente di erudito e di letterato che aveva accesso ai circoli più esclusivi della aristocrazia intellettuale veneta. Un solo evento venne a turbare questa lenta e sicura progressione verso più alti onori: e fu proprio l’accusa di eresia che lo portò davanti al Tribunale dell’Inquisizione nell’aprile del 1567. Groto aveva allora 26 anni.

Cresciuto in un ambiente propizio alle innovazioni della Riforma, tra la Ferrara di Renata di Francia e le teorie anabattiste diffuse a Rovigo e nel Polesine, Groto possedeva nella sua biblioteca personale non solo volumi messi all’indice per la loro immoralità (come il Decamerone del Boccaccio, che avrebbe poi riformato, o l’Aretino), ma libri indiscutibilmente legati alle eresie protestanti, da Erasmo a Ochino.

L’accusa di eresia, già di per sé, non era di poco conto; né, d’altronde, il Vescovo Giulio Canano andava famoso per la sua indulgenza verso gli aspiranti riformisti, o i loro possibili sostenitori. Il Groto rischiava dunque la prigione a vita («perpetuo carcere»), e invece la sentenza fu mite: se la cavò con l’abiura e l’interdizione perpetua a svolgere l’attività di insegnante, in pubblico come in privato. Gli atti del processo, oltre all’elenco delle opere sequestrate nella casa del Cieco, permettono di apprezzare l’abilissima difesa che questi seppe costruire, mostrando appieno le sue doti di avvocato. Forse non fu estranea al felice esito processuale anche la presenza di Giovan Battista Rivieri, lo zio materno del Cieco, che allora era arciprete in Adria e, in questa veste, si presentò in casa del nipote per eseguire l’ordine di sequestro dei libri incriminati.

Della brutta avventura restarono al Groto solo le conseguenze economiche, queste sì, gravi. Il divieto di insegnare, anche privatamente, veniva a togliergli la sua principale fonte di guadagno. Quindi non meraviglia se, in anni successivi (1576 e 1580), il Vescovo Canano per ben due volte emanò al suo incontro solenni ammonizioni perché la sentenza dell’Inquisizione fosse davvero rispettata.

Al 1580 risale il matrimonio con Caterina, serva di casa, dalla quale aveva già avuto due figli, Giovan Battista nel 1572 e Domenica nel 1579; si possono immaginare le insistenze dello zio arciprete per regolarizzare una situazione di fatto scandalosa. Ma il Groto non parlò mai, nei suoi scritti, della moglie o dei figli; anzi, rivendicò più volte la sua condizione di celibe e la scelta da lui fatta di non prendere moglie, in tono ora serio ora faceto.

Gli restano pochi anni di vita; mentre si moltiplicano le edizioni e riedizioni delle sue opere, Groto continua a lavorare su vari progetti e, soprattutto, cerca di ottenere dagli amici veneziani un sostegno alle sue aspirazioni accademiche. Intanto arrivano i primi riconoscimenti ufficiali della sua notorietà: un ritratto eseguito (ma apparentemente incompiuto) nella bottega del Tintoretto e il coinvolgimento nell’evento del 1585, cioè la solenne inaugurazione del Teatro Olimpico di Vicenza, lungamente preparata con i sodali dell’Accademia omonima. È già ammalato; dopo aver impersonto Tiresia nella rappresentazione inaugurale dell’Olimpico (febbraio 1585), accusa durante l’estate nuovi attacchi di febbri e disturbi respiratori, che gli impediscono di pronunciare l’orazione di benvenuto al nuovo doge Pasquele Cicogna, pubblicata in quello stesso anno.

In autunno si reca a Venezia per prendere possesso della cattedra finalmente assegnatagli (come lector di filosofia) dal governo della Serenissima; e lì si spenge, in seguito al riacutizzarsi della sua malattia polmonare (forse pleurite), senza aver potuto toccare il traguardo infine raggiunto, dopo un percorso accidentato che lo aveva condotto dalle paludi del Polesine alla cattedra di Rialto.

Muore il 13 dicembre 1585, giorno di Santa Lucia, protettrice dei ciechi; viene inizialmente sepolto a S. Luca, in Venezia. Con una rapida delibera, il Consiglio di Adria dispone però il trasferimento immediato delle sue spoglie nella cattedrale di quella città, che il «Cieco di Adria» aveva contribuito a far conoscere nel mondo.